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ALIdesign ha, come obiettivo statutario, quello di promuovere
la figura del laureato in disegno industriale. Molto di quello
in cui ALIdesign si trova coinvolta ha senso se visto secondo
l'ottica della promozione. Crediamo che la promozione e la divulgazione
nel mondo del lavoro della figura del laureato in disegno industriale,
sia necessaria per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro,
di una generazione di progettisti appositamente formati per
lo scopo. Non è un problema banale quello di cui stiamo parlando
per tutta una serie di motivazioni: ci sono differenze comunicative
ataviche tra mondo universitario e mondo produttivo, innanzi
tutto, differenze che vanno colmate e gestite.
ALIdesign approccia il problema secondo due punti di vista:
il primo , che si può definire dal basso, è quello che ha portato
alla strutturazione del servizio di posizionamento dei laureati
tramite contatti e stages in azienda. Promozione del "prodotto"
(il designer) secondo prova diretta del cliente (le aziende).
Il secondo punto di vista, invece, fa parte della promozione
collaterale. InformALI, distribuito gratuitamente in università
(non solo a Milano) e spedito ai contatti aziendali, serve apposta
a questo: a far conoscere agli esterni come si forma un disegnatore
industriale, con quali metodi, e con quali ottiche.
Il giornale ha anche altre funzioni e altre finalità, e vi rimandiamo
alla pagina specifica per informazioni dirette.
Queste due attività
tendono a colmare il vuoto comunicativo tra i due ambienti,
ma non sono le uniche.
Nei progetti della Associazione, tutto quanto è pubblicazioni, interventi, ed organizzazione di attività didattiche e non, rientra nello scopo statutario.
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Riconoscere il design


Ospitiamo una riflessione del nostro Presidente Onorario sull'annoso problema del riconoscimento professionale, argomento questo più che mai attuale
"Il problema del riconoscimento professionale pare avere afflitto il mondo del design sin dagli anni cinquanta. Quindi dall'inizio del dibattito sulla necessità di azioni comuni per la codificazione e promozione di quelle che allora venivano definite istanze. Ed erano soprattutto istanze culturali. Ma altrettanto per il consolidamento del ruolo del designer nel contesto sociale.
Le afflizioni, dovute al vanificarsi di intenzioni e programmi, riguardavano precisamente tre argomenti. Apparentemente disgiunti ma, in realtà, abbastanza connessi. L'istituzione di un corso di laurea in disegno industriale. Il riconoscimento del titolo di studio. Quindi, con le debite integrazioni, la richiesta di riconoscimento professionale per tutti i designers attivi sul territorio. La costituzione di un Museo del design. Il quale non fosse unicamente un luogo di raccolta, conservazione ed esposizione dei prodotti. Bensì operasse come laboratorio, ottimizzando i rapporti tra mondo accademico e mondo della professione. Ma soprattutto ponesse in giusta evidenza la potenzialità del design e la sua centralità nel complesso sistema socio industriale. Si trattava dunque non di fare storia bensì di partire da delle testimonianze storiche per indicare, in modo dinamico, un possibile percorso.
Per anni, con ricorrenze periodiche, queste intenzioni sono circolate, trasformate in precisi programmi che andavano ad arenarsi contro muri di gomma o solide fortezze di resistenza passiva. Quasi a convalidare il pettegolezzo esterno che raccontava il mondo del design come una vasta rete di interessi o ambizioni personali.
Pare abbastanza inutile soffermarci ora sugli anni trascorsi. Mentre è più interessante verificare se i semi di allora hanno generato frutti, come appare evidente. Abbiamo una Facoltà del Design, al Politecnico di Milano, operativa da qualche anno. Altre se ne stanno organizzando e sono comunque attivi diversi corsi di laurea in disegno industriale. Il riconoscimento professionale è pertanto un secondo traguardo raggiunto. anche se stiamo attendendo il dibattito per la regolamentazione delle professioni, sia tradizionali sia emergenti, come richiesto dall'Unione Europea. Manca solo il museo del design. Attorno alla cui ideazione continuano a ruotare proposte contrastanti. Così abbiamo sentito parlare di una riscrittura dello statuto della Fondazione Triennale, intesa a dare corpo ad una vocazione museale. Altrettanto sono giunte voci che parlano di un preciso trasferimento, usando un termine poco polemico, dell'idea in altra sede. Forse i designers di una certa generazione potranno inorridire alla possibilità che la loro progenie venga alla luce altrove. Forse non sapranno reagire, oramai sfiancati da continui tira e molla. Probabilmente, con la saggezza che deriva dall'età, qualcuno dirà che è bene che si faccia ovunque. Purché si faccia. Perché non è sempre utile essere milanocentrici. Ma anche perché ne abbiamo parlato troppo, da tante torri diverse (torri d'avorio s'intende), senza combinare molto.
Ci siamo quindi meritata questa decisione calata dall'alto senza interpellarci.
Ma per non ripetere l'errore del troppo rumore per nulla conviene rispolverare il tema del riconoscimento professionale.
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Come tutti sappiamo alcune professioni sono regolamentate, nel nostro paese, dagli ordini professionali i quali prevedono l'iscrizione a un albo. Altre professioni, affermatesi in tempi più recenti e considerate libere da responsabilità civili o penali, non entrano nel complesso sistema della iscrizione a un ordine. Tra questi profili professionali troviamo quello del designer. Il quale, rafforzato dal riconoscimento di professionalità sancito dalla laurea, potrebbe iniziare le pratiche necessarie all'istituzione di un proprio albo legalizzato. Da un'altra parte l'Unione Europea, nella sua più che ventennale opera di armonizzazione delle professioni, si è dichiarata contraria ad un qualsivoglia sistema di ordini. Giudicandoli in contrasto con i principi di libera concorrenza. Da qui l'invito dell'UE ai paesi membro per l'abolizione degli ordini e la riforma del sistema di regolamentazione delle professioni. Invito che il Governo precedente e quello attuale hanno recepito e messo all'ordine del giorno. Al momento senza gran risultati stante la forte resistenza di alcune categorie, naturalmente restie alla rinuncia a privilegi oramai consolidati. Pare, in ogni caso, che l'annunciata regolamentazione sia nuovamente in agenda e quindi, quanto prima, si torni a parlare del riconoscimento professionale dei designer.
I quali, e ci riferiamo ai designer laureati, già godono del riconoscimento comunitario sancito da una direttiva.
É necessario oramai anticipare la burocrazia statale. Partendo dal presupposto che ogni diplomato o laureato in Disegno Industriale, purchè proveniente da corsi di studio riconosciuti a livello nazionale, è per l'Unione Europea da considerarsi Designer. A tutti gli effetti.
Si tratta quindi di procedere in due direzioni. Da una parte chiedendo di entrare a far parte del Beda, Bureau of European Designers Associations, come associazione dei Laureati in Design. Dall'altra costituendo subito un albo nazionale dei Laureati in disegno industriale.
La prima mossa, che richiede purtroppo il rispetto di alcuni tempi tecnici, porterebbe i nostri iscritti a fare parte del Beda Register of European Designers. Una sorta di albo internazionale accreditato presso l'Eurostat. Con tanto di certificato. L'altra prova a giocare d'anticipo costituendo, di fatto, un albo italiano. Naturalmente privo, per ora, di qualsiasi valore giuridico, però di grande utilità futura.
Perché permetterebbe un primo censimento delle forze professionali. Perchè risveglierebbe l'interesse del mondo universitario riferito agli studenti. Perché ci porrebbe nella condizione di offrire alle Istituzioni un Albo già avviato, che non richiederebbe altro se non la giusta convalida.
Con l'enunciazione di questa parte del suo programma il nuovo Comitato Direttivo intende entrare nel vivo di un problema che, come ha afflitto per anni la generazione precedente, non può non stare a cuore, in senso positivo, ai designers di domani."
Giancarlo Iliprandi
Dicembre 2003
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